Giornata Internazionale dell’Infermiere.
Una riflessione sindacale per dire che servono meno proclami e più atti concreti.
L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha pubblicato a Novembre 2024 il più recente Rapporto sulle retribuzioni medie degli infermieri nell’Unione Europea da cui emerge come la media italiana sia ampiamente al di sotto della media europea. 39,8 mila euro annui contro i 32,6 dei professionisti italiani.
Un dato peraltro estendibile alla platea generale dei lavoratori della sanità, di tutti i profili, e da cui è doveroso fare una riflessione seria e di merito sulle cause.
Esiste innanzitutto un serio problema di sottofinanziamento del Sistema Sanitario nel nostro Paese in termini percentuale di spesa rapportata al PIL. Un elemento incontrovertibile.
Ma c’è di più, gli infermieri italiani rappresentano una unicità anche in termini di crescita delle retribuzioni in quanto in Italia abbiamo conosciuto una stagione di blocco della contrattazione nazionale che è durata 8 anni.
La matematica non è un’opinione. Prendendo a riferimento anche solo gli aumenti medi di 85 euro definiti con il contratto 2016-2018, inferiori rispetto a quelli ottenuti con il successivo CCNL 2019-2012 e a quelli ottenibili con il CCNL 2022-2024 attualmente bloccato, gli 8 anni di blocco hanno comportato una perdita stipendiale di 3.300 euro annui. 85 euro x 13 mensilità x 3, essendo triennale la vigenza dei contratti collettivi.
A questo importo che è certo in quanto si riferisce ai soli incrementi dello stipendio base, si devono aggiungere le mancate opportunità di ottenere progressioni economiche orizzontali, rivalutazione delle indennità e attribuzione di incarichi. Per stimare la perdita effettiva media dovremmo quindi raddoppiare l’importo, collocando lo stipendio medio dei professionisti italiani quantomeno in linea con la media europea.
Il blocco prolungato della contrattazione ha infatti riguardato anche i fondi dedicati alla contrattazione aziendale, che avuto una effettiva ripresa concreta nelle aziende sanitarie con la sottoscrizione del CCNL 2019-2021. Il risultato è che ancora oggi abbiamo professionisti fermi nella fascia retributiva da oltre 10 anni o che nel decennio 2009-2019 hanno ottenuto solo una o due progressioni. Anche il rilancio del sistema degli incarichi di funzione che valorizzano la crescita professionale ha visto una realizzazione effettiva nelle aziende del territorio solo dal 2020.
La conclusione della riflessione è semplice, mentre occorre continuare a lottare per il finanziamento complessivo del nostro Sistema Sanitario in quanto ancora insufficiente se confrontiamo anche questo con le principali realtà europee, dobbiamo riconoscere che mentre in Europa gli stipendi crescevano gradualmente e costantemente nel nostro Paese a un certo punto si sono fermati.
Ecco perchè servono meno proclami più atti concreti, rallentare la contrattazione collettiva, in un momento in cui ci sarebbe l’opportunità di accelerare con un doppio rinnovo contrattuale, produce danni economici e di tutele per gli infermieri e per tutti i lavoratori della sanità, una stagione che abbiamo già vissuto e che non dobbiamo rivivere.
Stefano Franceschelli
Segretario generale Cisl Fp Area metropolitana bolognese